Cosa fare nel pre e dopo spettacolo? Consulta la sezione ristoranti/pub. In primo piano le schede de Boivin (Levico Terme) e Castel Pergine (Pergine Valsugana).
Andonis Foniadakis/Apotosoma Dance Company: Romeo and Juliet (Foto Kostas Amiridas)
Oriente Occidente
Sulle rotte di Ulisse
Danze, culture e incroci nel Mediterraneo
«Nessuno conosce tutti i popoli che vivono lungo le coste, neppure essi si conoscono abbastanza. Qualche volta non sappiamo neppure bene cosa significhi in questo caso la parola popolo: una città o un paese, una nazione o uno stato, una cosa separata dall’altra o entrambe insieme.»
PREDRAG MATVEJEVIC, Breviario Mediterraneo
«ed è sempre qui che la storia e la navigazione imperterrita di Ulisse, intento a cercare la conferma di una casa, perdono l’orientamento e vanno alla deriva coi venti sostenute dalla sfida polifonica di una modernità multipla e di un Mediterraneo policentrico.»
IAIN CHAMBERS, Le molte voci del Mediterraneo
La complessità geografica del Mediterraneo, dalle coste meridionali dell’Europa a quelle nord-occidentali dell’Asia e a quelle settentrionali dell’Africa, può essere meglio compresa attraverso il fitto intreccio delle sue storie e la ripetuta sovrapposizione dei territori che la rendono, oggi più di ieri, irriducibile al controllo ideologico di una o più frontiere, tantomeno a una unitaria ed eterodiretta narrazione della sua storia.
L’attenzione che il Festival Oriente Occidente quest’anno dedica al Mediterraneo non è un invito a un tipo di riconoscimento capace di mettere ordine a tutte le memorie che oggi si stanno formando, anche grazie ai più recenti movimenti di liberazione verso la democrazia. Si tratta più di una vera e propria programmata esperienza di spaesamento e di abbandono a tutte quelle diverse e nuove misure di mondo che potenzialmente sono racchiuse in ognuna delle performance ospitate dal Mediterraneo, quest’anno, a Rovereto. Nuove misure di mondo eventualmente da negoziare, nei transiti mentali delle nostre decisioni politiche, nonmeno che nelle nostre più salde, e pericolosamente rivendicabili, certezze identitarie. Perché occorre saper neutralizzare ogni discorso di panico e di paura messo in campo dai media più irresponsabili e dalla più strillante cronaca recente - sui migranti, ad esempio - e mostrare invece, attraverso l’immaginazione delle culture, in questo caso soprattutto musicali e di danza, la grande visibilità e l’alta vivibilità di un mare condiviso da sempre non fra dannati e selvaggi, ma tra alterità ricche, stratificate, complesse.
Si tratta allora davvero di un «mare di conoscenza» capace di arricchire e integrare, oggi, un ritratto che troppo spesso contiene e divide, alza soglie e barriere affinché una presunta missione civilizzatrice, quella europea, prenda legittimamente possesso di ciò che le è estranea. Così, dal flamenco di Mercedes Ruiz alla taranta di Maristella Martella e alla vocalità salentina di Enza Pagliara con le note popolari del Canzoniere Grecanico Salentino diretto da Mauro Durante; dalle vertigini dei dervishi rotanti di Ziya Azazi, magari in controcanto al bailador flamenco Augustin Barajas nel nuovo progetto della Tangeri Cafè Orchestra, o financo al moderno teatrodanza egiziano, fortemente engagée, di Walid Aouni, e alla ormai planetaria attività del coreografo israeliano Ohad Naharin, le correnti culturali di un mare inesauribile si incontrano e si intrecciano, si sovrappongono e si accavallano assieme, qui a Oriente Occidente, in una corrente possibile della memoria del presente, e secondo proprio un modello di pedagogia dal basso cara a tanta critica postcoloniale, con gli enigmi corvini di Josef Nadj, con la danza fusion del franco-algerino di base a Lione, Abou Lagraa, con la tradizione ridotta a puzzle dalla greca Apotosoma Dance Company, con le coproduzioni del Festival per i due italiani vincitori del concorso coreografico Danz’è della passata edizione: Gabriel Beddoes e Francesca Manfrini. Tante frontiere, dunque nessuna frontiera. Perché, ancóra con le parole di Iain Chambers: «La frontiera non è un oggetto, ma la materializzazione dell’autorità».