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Silvia Camporesi, Planasia (la cella) (Foto dal sito ufficiale)
Silvia Camporesi, Planasia (la cella) (Foto dal sito ufficiale)

Fratelli e sorelle. Racconti dal carcere

Data: da Sabato 26 novembre 2016 a Martedì 02 maggio 2017
Dove: Museo Diocesano Tridentino, Piazza Duomo 18, Trento
Orario: lunedì, mercoledì, giovedì, venerdì, sabato: 9.30-12.30 / 14.00-17.30, domenica: 10.00-13.00 / 14.00-18.00, giorni di chiusura: ogni martedì, 25 dicembre, 1 gennaio, 6 gennaio / Venerdì 25 novembre 2016, ore 17.30 (Inaugurazione della mostra)
Costo/note: 3 € ingresso alla sola mostra Fratelli e sorelle: racconti dal carcere / 5 € biglietto combinato mostra e Museo Diocesano Tridentino / ingresso gratuito ogni prima domenica del mese / Il biglietto d'ingresso alla mostra è valido per due ingressi all'esposizione, anche in giorni non consecutivi, per una persona
Sito internet: www.museodiocesanotridentino.it

Mostra a cura di Domenica Primerano e Riccarda Turrina.

In concomitanza con il Giubileo della Misericordia e con il Progetto Utopia 500, promosso in occasione dei 500 anni dalla pubblicazione di Utopia di Tommaso Moro, il Museo Diocesano Tridentino presenta al pubblico la mostra Fratelli e sorelle. Racconti dal carcere, visitabile nelle sale del piano terra fino al 27 marzo 2017 (L'apertura è stata prorogata al  fino al 2 maggio 2017). Il progetto espositivo, che ha ricevuto il patrocinio dell'Ordine degli Avvocati di Trento, intende aprire uno spiraglio sulla realtà del carcere, un luogo “altro”, spesso distante dall’esperienza quotidiana. Senza avere l’ambizione di spiegare o documentare la vita all'interno di un penitenziario, la mostra invita i visitatori a riflettere su un tema tanto attuale quanto complesso.
Due le parole guida per il visitatore in questo viaggio tra immagini, suoni e racconti: misericordia e utopia. I due sostantivi fanno riferimento, il primo, a un sentimento rivolto a quanti "vivono nelle più disparate periferie esistenziali" (Misericordiae Vultus, Papa Francesco); il secondo, ad un'aspirazione ideale per immaginare un "altrove" forse irraggiungibile. L'Utopia immaginata da Tommaso Moro, ma anche l'utopia che oggi si declina nell'idea di perdono come alternativa alla vendetta, sentimento che si fa azione e che caratterizza il rapporto della nostra società con chi ha commesso un reato.
Partendo dalle visionarie Carceri di Giovanni Battista Piranesi e passando attraverso le immagini di fotografi, registi e pittori contemporanei, il visitatore sarà gradualmente introdotto in quel mondo 'a parte' rappresentato dal carcere. Un mondo fatto di spazi, immaginati o reali, abbandonati o vissuti; di silenzi, rumori, parole, ricordi, voci e racconti.

Il percorso espositivo

Il percorso prende avvio da una serie di acqueforti tratte dal ciclo Le carceri di invenzione di Giovanni Battista Piranesi (Venezia 1720 – Roma 1778), personalità artistica tra le più complesse, poliedriche e affascinanti del Settecento europeo. Edite originariamente a Roma tra il 1749 e il 1750, le Carceri di Piranesi rappresentano uno degli esiti più alti e innovativi della storia dell'arte grafica e sono divenute ormai un vero caposaldo del nostro immaginario collettivo. Bizzarre, oniriche e inquietanti, queste incisioni visionarie hanno mantenuto inalterato nel corso dei secoli il loro fascino misterioso, in bilico tra scenografia barocca e capriccio di fantasia. La visione delle opere di Piranesi è arricchita da una proiezione animata e tridimensionale delle Carceri d’Invenzione: il video, realizzato da Factum Arte, permetterà al visitatore di entrare nella mente dell'incisore e di intuirne la febbrile e tenebrosa inventiva.
Con le fotografie di Silvia Camporesi (Forlì, 1973) si entra nel silenzio sospeso del carcere dismesso dell'isola di Pianosa. Le attività dell'istituto sono cessate definitivamente nel 2011 e Silvia Camporesi è stata la prima fotografa ad entrare in quel luogo protetto, inedito per la fotografia. Da questo viaggio è nato il racconto per immagini Planasia, un progetto speciale realizzato per Fotografia Europea 2014 che è entrato a far parte della serie Atlas Italiae, un vero e proprio atlante dei luoghi abbandonati, una mappa ideale dell’Italia che sta svanendo. Nelle fotografie esposte in mostra lo sguardo di Silvia Camporesi si posa sugli intonaci scrostati, frastagliati come i confini in un planisfero, sulle vecchie pentole d’alluminio adagiate sul pavimento, sui letti inondati dalla luce rarefatta di un’eternità incombente, sui documenti d’archivio di un carcere in disuso, carte che parlano di burocrazia e sofferenza. Una delle fotografie esposte, Planasia #12, ha ricevuto un prestigioso premio al MIA Photo Fair 2016 (Premio BNL Gruppo BNP Paribas), ultimo di una serie di riconoscimenti che consacra Silvia Camporesi come astro nascente della nuova fotografia italiana.
Il video Fratelli e sorelle. Storie di carceri della regista Barbara Cupisti (Viareggio, 1962), premio giornalistico televisivo Ilaria Alpi 2012 per il miglior reportage italiano, conduce il visitatore nelle carceri di Torino, Milano, Padova, Trieste, Trento, Roma - Rebibbia, Napoli - Poggioreale, Secondigliano, Pozzuoli e Terni. Il documentario non è commentato da una voce narrante: sono le testimonianze dei protagonisti - detenuti, familiari, agenti di polizia penitenziaria e direttori - a raccontare l'emergenza delle carceri di oggi. L'attenzione si sofferma in particolare sulla condizione detentiva delle donne, indagata anche da Melania Comoretto (Torino, 1975) nel suo lavoro fotografico Women in prison, una serie di ritratti femminili realizzati nelle carceri di Rebibbia (Roma) e Trapani. In queste immagini le detenute sono isolate rispetto al tragico contesto del carcere e si offrono allo sguardo dell'obiettivo nella loro quotidianità. Le immagini non sono un'inchiesta sulla situazione carceraria italiana, né una denuncia del disagio sociale sotteso alla detenzione femminile. Sono scatti che nascono dal desiderio di un incontro e che sottendono un discorso, molto più ampio, legato al rapporto di queste donne con il loro corpo, con gli affetti e le relazioni fondamentali (genitori, figli, fratelli) messi a dura prova dall'isolamento sociale.
Le immagini di Luca Chistè (Trento, 1960) e Fabio Maione (Roma, 1951) raccontano gli spazi vuoti dell'ex carcere di Via Pilati a Trento, chiuso nel 2010 dopo 130 anni di storia. La lettura dei luoghi punta l’attenzione principalmente su due aree di azione fotografica: quella degli ambienti utilizzati dai carcerati in sé e per sé - celle, spazi di preghiera, aree condivise, infermeria, luoghi di ascolto, corridoi - e quella delle sopravvivenze, materiali e segniche che, in grandissima quantità, erano presenti al momento delle riprese all’interno della struttura carceraria. Le immagini conducono l'osservatore a riflettere su quale possa essere, al di là dell’immaginario collettivo, del percepito o dell’autorappresentato a livello individuale, il vissuto di una persona costretta, dovendo scontare una pena, a vivere all’interno di un carcere.
La vita del carcere di Via Pilati è al centro del documentario Voci e silenzio di Juliane Biasi Hendel (Merano, 1962) e Sergio Damiani (Milano, 1965). La narrazione della realtà dietro le sbarre è affidata alle voci dei detenuti e di tutte quelle persone che, in condizioni spesso difficili, lavorano 'dentro' le mura del carcere: l'ex direttore del penitenziario cittadino Gaetano Sarrubbo, il personale di polizia, ma anche il medico, il cappellano, i volontari, gli insegnanti. Il film ritrae quindi non una, ma tutte le componenti della comunità carceraria, diventando specchio, il più possibile fedele, di una città nella città, un luogo di detenzione, ma anche di speranza.
Chiudono la mostra le superfici di Sergio De Carli (Trento, 1946) che indagano le parole del carcere, espressioni di un parlato a volte gergale, che spesso rispecchiano la mancanza di autonomia, la spersonalizzazione e la dipendenza dall'autorità. Le composizioni dell'artista, spazialmente ordinate, restituiscono un mondo emotivo, sfaccettato e coinvolgente. Sergio De Carli è anche compositore del brano Spazio (1998) che il visitatore potrà ascoltare nella prima sala della mostra.

In occasione di Fratelli e sorelle: racconti dal carcere il Museo Diocesano propone a tutti i visitatori uno speciale biglietto valido per due ingressi all'esposizione, anche in giorni non consecutivi, per una persona. Acquistando il biglietto per la mostra sarà infatti possibile tornare a rivedere con calma ed attenzione le opere esposte ed i video presenti nelle sale espositive.

Il progetto

Fratelli e sorelle: racconti dal carcere non è solo una mostra. Nella convinzione che il diritto a prendere parte alla vita culturale della comunità sia di tutti, il Museo Diocesano Tridentino ha ideato un progetto formativo rivolto ai carcerati della Casa Circondariale di Spini di Gardolo (Trento). L'iniziativa intende stabilire, attraverso l'arte, un collegamento capace di mettere in relazione carcere, museo e società, ponendo al centro il detenuto, con la sua capacità di autonoma interpretazione e rielaborazione creativa. L'equipe di lavoro, oltre al personale del Museo Diocesano, vede la partecipazione del noto artista trentino Matteo Boato. Parallelamente al lavoro dentro il carcere, i ragazzi dell'Istituto Comprensivo Valle dei Laghi, guidati dall'artista Sergio De Carli, lavoreranno sul lessico carcerario. Al termine del progetto, denominato Un viaggio per parole e immagini, le opere realizzate presso la Casa Circondariale e l'Istituto comprensivo verranno esposti in museo come ideale prosecuzione della mostra Fratelli e sorelle; racconti dal carcere.

Gli appuntamenti

In occasione della mostra Fratelli e sorelle: racconti dal carcere, il Museo Diocesano Tridentino promuove un ciclo di incontri pensato per approfondire e ampliare i temi proposti dall'esposizione. Tutti gli appuntamenti si tengono presso la sede del Museo Diocesano Tridentino in Piazza Duomo a Trento.

Mercoledì 14 dicembre, ore 20.30:
Lettura scenica del libro di Elvio Fassone "Fine pena ora" con Elvio Fassone, modera Enrico Franco, direttore Corriere del Trentino e Corriere dell'Alto Adige, lettura scenica a cura di Trento Spettacoli.
Fine pena ora è un libro che nasce da una corrispondenza durata ventisei anni tra un ergastolano e il suo giudice. Non è un romanzo di invenzione, né un saggio sulle carceri, non enuncia teorie, ma si chiede come conciliare la domanda di sicurezza sociale e la detenzione a vita con il dettato costituzionale del valore riabilitativo della pena, senza dimenticare l’attenzione al percorso umano di qualsiasi condannato. Una storia vera, un’opera che scuote e commuove. La lettura scenica del testo, curata dall'Associazione Trento Spettacoli, si alternerà al dibattito con l'autore del libro, Elvio Fassone (Torino, 1938), che è stato magistrato e componente del Consiglio superiore della magistratura. Senatore della Repubblica per due legislature è autore di numerose pubblicazioni in materia penitenziaria e su temi politico-istituzionali.
Modera la serata il giornalista Enrico Franco, direttore del Corriere del Trentino e del Corriere dell'Alto Adige.

Giovedì 26 gennaio, ore 20.30:
La Compagnia della fortezza: storia di un Laboratorio Teatrale nel Carcere di Volterra con Armando Punzo.
La Compagnia della Fortezza nasce come progetto di Laboratorio Teatrale nella Casa di Reclusione di Volterra nell’agosto del 1988, a cura di Carte Blanche e con la direzione del regista e drammaturgo Armando Punzo. Due sono gli elementi che contraddistinguono fin da subito l'attività della Compagnia rispetto ad altre esperienze di teatro in carcere: l’assiduità e la continuità del lavoro svolto con i detenuti e l’orientamento verso l’esito artistico del lavoro fatto attorno al teatro. Lungi da ogni fine che sia dichiaratamente e primariamente trattamentale, rieducativo, risocializzante, la Compagnia della Fortezza pone molta attenzione alla qualità artistica del proprio operato, sempre diretto all'interesse del teatro e delle arti. Eccezionali i risultati conseguiti: spettacoli da annoverare negli annali della storia del teatro, consenso di critica e operatori, premi, ma anche la consapevolezza di essere riusciti laddove ben pochi avrebbero scommesso, ovvero rovesciare il ruolo e l’immagine di un’istituzione. Il carcere che da Istituto di Pena diventa un Istituto di Cultura. In occasione di questa speciale serata Armando Punzo racconterà la sua esperienza di direttore della prima compagnia di teatro in carcere.

Altri appuntamenti collegati alla mostra saranno segnalati sul sito del Museo Diocesano Tridentino.

Informazioni:
http://www.museodiocesanotridentino.it


Iniziativa segnalata da Museo Diocesano Tridentino


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