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Al MUSE, la Lingua del diavolo

Notizia segnalata da MUSE - Museo delle Scienze
- (Foto dal sito ufficiale)
Il gigantesco - quanto puzzolente - fiore è ammirabile solo per pochi giorni all’interno della serra tropicale del Museo

In questi giorni (si stima fino a domenica) nella serra tropicale del Muse si può osservare la curiosa infiorescenza dell’Amorphophallus konjac, aracea originaria della regione dello Yunnan in Cina. La pianta genera fiori dalle dimensioni imponenti e dal colore rosso vivo ed è particolare, oltre che per le dimensioni raggiunte, anche per il forte odore emanato, una strategia per attrarre gli insetti impollinatori. Generalmente i fiori durano solo pochi giorni, ma una straordinaria e fortunata doppia gemmazione consentirà di poter ammirare più a lungo la fioritura. La pianta è in coltivazione nelle serre di propagazione del Muse dal 2016 ed è stata ottenuta grazie a scambi con l’orto botanico di Leiden, nei Paesi Bassi.

Amorphophallus konjac - detto anche “lingua del diavolo” a causa del grottesco spadice rosso - è il fratello minore del più imponente Amorphophallus titanum, che sviluppa una tra le infiorescenze più grandi al mondo, arrivando a superare comodamente i tre metri. Il konjac in esposizione nella serra tropicale del MUSE è però una pianta giovane: il bulbo pesa infatti circa “solo” 5kg e l’infiorescenza supera il metro e mezzo d’altezza. Nei prossimi anni, quando il tubero raggiungerà i 10kg, sarà possibile ottenere un’infiorescenza di oltre due metri.

Il fiore emana un fortissimo odore di carne in putrefazione, è infatti impollinato da coleotteri e ditteri le cui larve sono saprofaghe. La pianta trae così tanto in inganno gli insetti adulti da indurli a depositare le loro uova nella parte basale dell’infiorescenza.

Il grosso bulbo (o cormo, con terminologia botanica ) può raggiungere i 15kg di peso ed è considerato una prelibatezza nel Sud-Est asiatico: è coltivato dall’Indonesia al Giappone, dove viene chiamato Konyaku.

Una particolarità: il konjac può essere coltivato in piena terra anche nelle parti più calde del Trentino, con la cautela che il bulbo sia ad una profondità tale da non farlo congelare in inverno.

Informazioni:
www.muse.it



Pubblicato il 13 marzo 2019
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