Il Museo Storico Italiano della Guerra ricorda il generale Filippo Cappellano, storico militare e collaboratore del Museo per oltre trent'anni. In autunno il Museo pubblicherà il suo ultimo volume, dedicato alle mine italiane del Novecento.
Rovereto, 17 luglio 2026 – Il Museo Storico Italiano della Guerra ricorda con gratitudine il generale di brigata Filippo Cappellano, scomparso a Roma il 12 luglio a 63 anni. Con lui la storiografia militare italiana perde una delle sue voci più autorevoli e rigorose, e il Museo un collaboratore scientifico che per oltre trent'anni ha legato le proprie ricerche a Rovereto.
Una vita tra esercito e ricerca
Nato a Firenze nel 1963, Cappellano si era formato all'Accademia Militare di Modena e aveva poi affiancato alla carriera nell'Esercito Italiano un percorso accademico: le lauree in Scienze Politiche e in Scienze Strategiche, il dottorato di ricerca alla Sapienza di Roma. Per oltre vent'anni ha prestato servizio presso l'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, di cui è stato direttore dell'archivio e poi capo: una stagione di grande apertura verso i ricercatori, nella convinzione che gli archivi militari fossero laboratori vivi, indispensabili per liberare la storia dei conflitti dalle letture retoriche e ideologiche che l'avevano a lungo accompagnata.
Trent'anni di ricerche pubblicate a Rovereto
Il rapporto con il MITAG nasce nei primi anni Novanta, quando Cappellano trova negli Annali, la rivista scientifica del Museo, la sede ideale per le sue ricerche. Da allora i suoi studi hanno esplorato i nodi cruciali del fronte italiano della Grande Guerra: le artiglierie e il corpo dei bombardieri, la bonifica dei campi di battaglia nel dopoguerra, le fucilazioni nell'esercito italiano, i piani strategici prebellici, le relazioni militari italo-romene, il rapporto tra evoluzione degli armamenti e tattica militare.
Nel 2003 firma con Nicola Pignato il catalogo della mostra Radiofronte 1935-1945, ospitata al MITAG e pubblica con la casa editrice roveretana Osiride L'Imperial regio Esercito austro-ungarico al fronte italiano (1915-1918): uno studio pionieristico condotto sui documenti del Servizio informazioni del Regio Esercito, che ha permesso di guardare all'avversario asburgico con gli occhi dell'intelligence italiana del tempo.
La sua collaborazione con il territorio si è estesa anche al volume Archivi militari tra Ottocento e Novecento, realizzato dalla Soprintendenza per i Beni culturali della Provincia autonoma di Trento con il Museo, e agli studi firmati con il Gruppo Modellistico Trentino e con ricercatori locali sul munizionamento, le trattrici d'artiglieria e la motorizzazione italiana.
L'ultima grande opera: i fucilati della Grande Guerra
Nel giugno 2026, poche settimane prima della scomparsa, Cappellano ha pubblicato Morto senza onore. I fucilati nella Grande Guerra (Viella, due tomi): il frutto di vent'anni di ricerche d'archivio sulla pagina più drammatica e a lungo censurata del primo conflitto mondiale italiano. Lo studio ricostruisce l'applicazione della giustizia militare d'eccezione e delle decimazioni, le repressioni durante la ritirata di Caporetto, i casi di ammutinamento e di fraternizzazione con il nemico - come quelli di Val Camugara sul Monte Cimone, già oggetto di un suo saggio pubblicato a Rovereto - e restituisce nome e cognome a oltre novecento soldati fucilati "per l'esempio". Come sottolinea lo storico Nicola Labanca nella postfazione, Cappellano, pur appartenendo all'istituzione militare, non ha esitato a documentarne le violenze verso i propri stessi soldati: un atto di lealtà verso la verità storica.
In autunno il volume sulle mine, pubblicato dal Museo
Il legame con Rovereto prosegue oltre la sua scomparsa. In autunno il Museo Storico Italiano della Guerra pubblicherà Le mine italiane nel '900. Produzione, impiego e bonifica (1940-1998), il volume che Cappellano ha fortemente voluto e scritto con Bruno Marcuzzo e Nicola Cristofoli: un compendio bilingue italiano-inglese di circa 300 pagine, condotto anche sui fondi conservati al Museo, che ricostruisce mezzo secolo di storia tecnologica e industriale, dall'evoluzione dei campi minati nella Seconda guerra mondiale fino alle operazioni di sminamento delle missioni internazionali degli anni Novanta, a ridosso del trentennale del trattato di Ottawa che mise al bando le mine antiuomo.
Chi lo ha incontrato al Museo, in biblioteca o alle presentazioni editoriali, ne ricorda l'affabilità, la generosità intellettuale e la chiarezza. Il MITAG lo ricorda come uno studioso che ha saputo inserire la storia di questo territorio nel più ampio mosaico delle vicende nazionali ed europee.
Informazioni complete:
https://museomitag.it